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The Cats Will Know sito di scrittura e poesia
 
 
sabato, 04 luglio 2009, 13:16
posted by Ecatmel
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- a volte programmato in simulazione di fragilità
il corpo all'angolo oscilla pendolo tra la veggenza e il disarmo -

ciò che avviene ai confini
ama il rosso cangiante delle vette
e l'inchiostro del sangue alle guerre
la camicia imbrattata e la distanza
da un cielo qualsiasi alla tua retina

le bocche spalancate - i morti camminano su acque -
le memorie per strade i fiori di grecale
da nord est - le scacchiere scarlatte
su possibili futuri - in pilastri
sotto ponti e sorrisi di venere

ciò che avviene ai confini
è un prodigio affisso su architravi
immune alle asole di storia ai suoni ruscelli
al taglio di luce scisso tra ore e secoli

come corni squillanti al ritorno dei bambini
- invisibili al nero - a ricomporre il verbo -
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venerdì, 03 luglio 2009, 22:07
posted by Nablu
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estetica della luce ( verde crisicolla )

 

ti ho sempre immaginato cieco,

filtrare i principi di indeterminazione

e soppesare consonanti come fratture di giada

su uno spazio fintantoché bianco

 

non è la donna che ti spinge la lingua a segnare i vetri

delle chiese di cromo

per sapere dei giorni, e dei momenti in cui.

cosa pensavi, o avresti potuto fare,

satana sotto la pioggia

con i denti e gli occhi bianchi

a riporre gli aghi nei portaaghi bagnati

 

non era la donna che ti incalzava

perifericamente sensuale,

moderatamente, per forza di cose, perfetta

nel suo sapere anni ottanta,

o forse sessanta,

genuinamente ieri, in definitiva

 

se la ripensi ad occhi chiusi,

non è lei con il lobo destro coperto dalla cornetta,

e una piega indefinita del ginocchio

un po’ madre segregata

nel tempio verde crisicolla, verdicare

e ammantarsi d’amore, perché no, per chi la guarda

incastonare

 

ti ho sempre immaginato azzurro,

forse per sineddoche,

a sognare donne posidonia

e mai quelle troppo vecchie per vedersi ad occhio nudo

fra le cose ancora imberbi

 

e il vetro delle vetrate verdi,

a riflettersi le bocche semichiuse

d’uva, brune, a volte rosse

e la pelle trasparente delle mani

a rispondere il giorno in cui,

cosa pensavi, o cosa avresti potuto fare,

in sequenza sulle prigioni viola,

ci sono anni e verde, da aspettare

 

CB ( Nablu )
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tags: poesia, nablu

 
 
venerdì, 03 luglio 2009, 15:13
posted by repentinoblu
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non si diverte a stringere nodi ai parapetti
lui aspetta e mi gira coi piedi quasi fossi
una farfalla ma le ali le perdo ad ogni goccia
poi al segno di qualche inutile logica

mi spinge ad amante restituendo disegni fatti
di carne e non cede al credo di gesta eroiche
ma calpesta silenzi inciampando fra le carte
Lui prende caligine, risparmia promesse
e no, non inneggia paese

Io quel mare che accavalla gambe e vento
poi sul prato respirando perdono e mi risveglio
nel sole, correggo la neve risplendo tempeste
conservando comete

e di buono c'è la salsedine, il dormiveglia
di stazioni mai in partenza, riflessi di sereno
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venerdì, 03 luglio 2009, 14:55
posted by darbedat
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la rivoluzione fu spalmata

sanguinaccio dolce di vittorie perse

e cambiamenti sotterranei per garantire  feci  abbondanti

ci potremmo fermare

                      osservare il dubbio che nel momento di defecare, il potente,

 proietta 

         sotto ombra  dal sapore di mirto  e rosmarino

ombra muta 

i-sola

che accoglie nella paura uno straniero portato dal mare

ho invidiato il vento

 modellato nei cespugli di  uddastru, lioni e occhicaprina

                                  lacati a signu e tulmentu(*)

ho implorato il sole che, scuotendo teste di caprone e  belare  di aratro,

amasse la terra per ricoprirla di fiori di asfodelo

lucido  pensiero

di suoni spezzati dai rami  della domenica di palme

 avrò la mia pasqua?

 

[la rivoluzione é spalmata

borghesia unta e sorriso di comunicatore]

(*)cespugli di olivastro, corbezzolo e ginestrella

lasciati come segno e tormento

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lunedì, 29 giugno 2009, 12:14
posted by repentinoblu
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e s'innamora l'ironia del resto
si spendono righe fra i guai
di un bacio

segnale opposto poi a raccontare
l'agio di un posto che non racimola
consenso

Il respiro di un cane e mi pento
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sabato, 27 giugno 2009, 18:55
posted by Ecatmel
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decodificami l'inverso
posso sgretolare il fondo
di un cielo in una tazza - capire
il segno che tramuta le fughe in vento

i numeri di varchi aperti
alle risposte - le percezioni
senza sesso e lingue
lasciate al sole a disseccare

angoli di pietra le braccia aperte
esposte alle allegorie del tempo
- i ritorni degli insetti -
e il sentire retroverso al gusto

ai nodi che il mare ostina a sigillare

non ho riparo nei crocicchi
mi riconsegna ad acque e legature
la certezza del dubbio rivelato
dentro ascensioni

e la sutura al corpo di un'assenza
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martedì, 23 giugno 2009, 14:10
posted by almerighi
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non si cambia vita, no

la strada è sparsa di aghi di pino

e librerie di nostalgia,

panchine in legno sul retro

il cui ondeggiare coincide

col fermarsi inquieti,

e la tranquillità è figlio

nel momento di nascere

precedente il respiro,

è salite di uomini caduti

mentre ti sospiro - amore

inalando pioggia appassita,

le spalle fanno male

di pensieri continui e sconosciuti,

se visti dall’alto,

forme inquiete di alberi da frutto

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tags: almerighi

 
 
lunedì, 22 giugno 2009, 18:45
posted by rosadstrada
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Concordi in corde confluire   

creando costellazioni celesti 

confermando congiunzioni connaturate      

Crepare  di capricci di carne

 cancellando concetti consueti

di città cariate

e cariatidi di chiese

Cogitabondi coincidere

cotrapponendo carteggi costernati

         Carezzandoci corretti        

costeggiando

corridoi e corsie corrotte 

Cantando in curve    

complici  in complotti 

curvare capi corteggiandoci 

Confusi congegni concatenati

cresciuti in corse controvento

conturbati

culminando curvi in culle di cute

Con coraggio

comprendiamo

comprensibili compromessi

Curiamo 

componetrarsi di  complessi 

concependo concerti complicati

 Confortandoci nel confondere confini di conflitti

contempliamo contorni

congedandoci casti

                               Cavalchiamo clessidre                               

chiare calamite

di un caos

corto

 

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tags: poesia, alfabeto, rosadstrada

 
 
lunedì, 22 giugno 2009, 02:57
posted by barcaiolo
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La mia casa è l'aria, ma la mia complessione comporta molto fuoco e molta acqua, da cui molta sofferenza per la prima calura, per l'afa padana. Così, le recenti piogge mi rallegrano non poco e giusto ieri avevo voglia di scrivere qualcosina e, credeteci o no, mi dicevo: " Una bella reprimenda contro  la poesia? contro gli scrittori? Oppure, vista l'afa scongiurata, una riflessione sul fatto che l'essere umano può sopravvivere più di un mese senza cibo solido, pochi giorni senz'acqua, pochi istanti senz'aria, e che quindi l'impalpabile ( non ditelo ad un erotomane) è il più necessario? Ma no, pensavo, perché invece non descrivere il cane Ulisse, paffuto e simpatico barboncino con frangetta, che si rivela un inflessibile fascista? O magari discettare un pochino del fatto che Rita Pavone NON sia citata in "Saint Tropez" dei Pink Floyd, ma pare essere stato un errore di traduzione del libretto per il mercato italiano, per cui "Making a date, for later by phone" divenne, vergognosamente, "Making a date, for Rita Pavone"; errore del resto, chissà quanto innocente, ed in assoluta malafede cavalcato tuttora dalla vegliarda. E così, jersera, mi risolsi di non scrivere nulla, com'è facile capire dalla povertà delle cose che mi venivano in mente. Per la verità, volevo anche descrivere un'immagine in cui compare un delfino mercuriale, ma, insomma, in questo tempo di crescenti tempeste magnetiche manca spesso la volontà, la precisione, la verve. Così stasera, apro tkwk e ci trovo un magnifico flame sulla poesia, che leggo con l'avidità di un bulimico. Tenete presente che per anni ho avuto in macchina un nastro con i migliori successi (sic) di Cocciante, e non perché mi piacesse cocciante, ma perché mi faceva incazzare, con stupore di un mio caro amico. Io ascoltavo "Celeste nostalgia" e mi dicevo"Ma guarda te, che mondo di merda, 'sto stronzo dice 4 cazzate e guadagna una montagna di soldi".E' un tratto deplorevole del mio carattere, una specie di pigrizia che ancora, più blandamente, fa capolino, ma ritengo ci siano delle incontestabili verità nelle mie considerazioni, in quell'auto, con quel cantante, nelle mie considerazioni, se volete.... autistiche. Il barbiere siciliano da cui vado è divertentissimo: baritono, parliamo sempre delle stesse cose, e cioè del Gattopardo di Tomasi di lampedusa, delle stragi di stato,  piazza loggia, italicus, piazza fontana, e di come non si legga più Platone, ssolo che ieri ho voluto aggiungere una cosa che l'ha lasciato interdetto: "Hanno forse chiesto la nostra opinione per fare quello che fanno?".  Peraltro, e con un certo ritardo rispetto a quando volevo inserirla, mi piace riportare una frase di Ciglie, bravo pittore, che fa il punto della situazione così:"... mi appaga scriverne una buona e leggerne una buona, tutto il resto sono esasperazioni, distorsioni, ambizioni, sogni di chi non vive". Di mio , vorrei dire che per abbandonare un ego bisogna prima avercelo e se non ce l'hai sei un malato, che non vive ma è vissuto dalle istanze frammentate di  schegge d'ego non organizzato. Comunque, ormai otto anni fa, quando mi risolsi a pubblicare un mio libretto ( ironia della sorte: pur avendo un certo valore, lo pubblicai unicamente grazie a conoscenze personali senza spendere un euro). Prima, avevo cercato qualche editore ed ero arrivato a sentirmi dire:" le pubblichiamo undicimila copie al prezzo di ventimila euro, con sito internet, inserimento sui giornali ecc." Io quei soldi li avevo, ma avevo anche una certa personalità autonoma, che mi evitò di guizzare il nogra. Di fatto, quando vidi il mio racconto in vetrina nelle librerie della città, quando venne presentato da Silvano Agosti ( in realtà Silvano Agosti, benché piuttosto noto, era un ripiego, io volevo Aldo Busi, che mi disprezzò sin da subito) ebbi una settimana di euforia che, come tutte le euforie, si spense senza meno. Detto questo vorrei dire in un jesus quel che pare a me sui meccanismi dello scrivere:
In linea di massima, dicono tutti più o meno le stesse cose, e lo sanno, ed è per questo che insistono tanto sulle "Nuove forme", e cercano la fantasmagoria.
Inoltre, bisogna tenere conto del fatto che il novanta per cento delle parole che diciamo, e ci diciamo, non sono necessarie e, purtroppo, neppure sufficienti. Da ciò deriva una fame di significato che condensa nei deliri di cui purtroppo abbonda anche questo sito, fame da un canto legittima, dall'altro fatale: infatti, date una porzione di lasagna da trangugiare ad un digiunatore e questo si sentirà male. Ecco dunque che spesso i poeti non sono che persone che vivono la loro propria vita ordinaria nella più completa assenza di significato, cui tentano di porre rimedio in modo affannoso e sterile. E qui torniamo alla mirabile sintesi di Ciglie ( il cui nick  è inversamente proporzionale alla bellezza dei suoi quadri:)). In più, dietro a poeti di questa risma, vive ancora la loro infanzia le cui comunicazioni affettive non ricevevano analogo e concorde eco. Eccoli oggi che strombazzano il loro "mondo interiore" , le loro "percezioni", ed il gusto è grottesco, ridicolo, se non fosse, su un piano umano, drammatico. Frequento questo sito da un po' di tempo ed ho notato, spassionatamente, che di fatto, più chi scrive è involuto ed innovatore (  triple sic) per intenderci quelli che "impergolano le aduse stelle di clamori d'ammonio, e si vivificano ad impandemiarsi ossimorando il pianto"... dicevo, costoro durano poco, semplicemente perché i commenti, veicolo, per loro, di considerazione, inevitabilmente mandano deserti gli encomi sperticati che un bambino, quello sì, avrebbe diritto di ricevere e quasi mai riceve. Così si ritraggono dalla scena, pur piccola, con la ribruciante ferita narcisistica degli eterni incompresi. Mi piace pensarli al cospetto di Pitagora, quando costui pretendeva un silenzio quadriennale dai novizi, beh, semplicemente non ci sarebbero andati. Molti di costoro tra l'altro, si prestano ad ogni genere d'iniziative, per nulla serie e di qualità, nella speranza di una certa visibilità, e non ottenendola subito come le loro urgenze interne reclamano, fanno come la volpe e l'uva.
Questione pubblicazione: i poeti di cui sopra giungono a una pubblicazione che sia ed ecco che pretendono vendere i loro libri. Dicono: è giusto, è un mio diritto ( molti rapper afroamaericani nei loro testi ogni tre per due ci mettono "it's my right!" ma loro sono più scusabili dei nostri imbrattacarte). Ecco il senso di realtà che vacilla: volete vendere i vostri libri? Cominciate col regalarli, ma non solo agli amici, bensì selezionate qualche giornalista di secondordine, o regista o scrittore nel mio caso, e poi chiedete una recensione, o forse credete che io avessi una qualche stima di Silvano Agosti o di Aldo Busi?E se non va, eh, se non va, dopo un po' si smette, fossero queste le disgrazie. Tra l'altro, bisogna che vi racconti una cosa su Silvano Agosti. Andai da lui qualche anno fa con un film, e gliene chiesi la proiezione nelle sue due sale. Sapete che mi rispose? proiezione la domenica mattina alle nove, costo di una proiezione 500 euro. Eh certo, tutti vanno al cinema alle nove di mattina della domenica.
Per finire, è certo che questo mondo schiaffeggia le istanze più nobili dell'essere umano e allora? Vale la pena di parlarne? E' un dato di fatto, perché parlarne? Per assomigliare ai discorsi miei e di quel barbiere? O per diventare paffuti e livorosi come il cane Ulisse? Per involgarire come quella vecchia cantante che ancora rilascia interviste sostenendo che i Pink Floyd, dopo aver visto un suo concerto a Saint Tropez ( storicamente falso, e vorrei vedere!) decisero di immortalarla nel mirabile verso "making a date for Rita Pavone"?
E comunque, in questo brutto mondo, quando guardiamo un panorama urbano indegno, vediamo case, vie, alberi, tram, uomini e mai consideriamo l'aria, che c'è eccome, e senza la quale avremo pochi secondi di autonomia, noi e le nostre pretese, noi e i nostri desideri e rimostranze.
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domenica, 21 giugno 2009, 11:04
posted by alFREDoMele
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Batte la pioggia irosa tanto da sembrare di sentirla sulla pelle, scavarti le ossa. Il cielo si squarcia al di là delle stelle, tutto è fragore tutto sembra venire giù: il cielo, le stupide stelle, le solite facce della gente delusa di sabato sera. Claudia è lì in mezzo a loro, per mia fortuna, sempre al riparo dalla verità e dal calore umano; è stata l’ennesimo bluff di una vita che sembra divertirsi a fregarti le ultime energie rimaste portandoti amori sbagliati, scrittori non ancora del tutto impazziti, amici lontani proprio quando hai più bisogno di loro. Non c’è più religione, nemmeno nelle chiese, che adesso servono ad imbonire turisti annoiati e a-m-a-b-i-l-i conoscitori d’opere d’arte. Il sacro è scomparso dappertutto mentre il profano non è mai del tutto tale. In questa notte di quasi estate, l’unica verità che resta è il pensiero d’un uomo anziano fermo ai lati della strada, ritto e con lo sguardo insolente, non curante della pioggia; mi avvicino a lui spingendo queste ruote, arrivo all’altezza dei suoi fianchi cercando di non guardarlo, non guardarlo negli occhi; e mentre dal cielo cadono migliaia di parole bagnate, la sua voce s’insinua nella mia testa, le sue parole pesano e provo a dimenticarle: non te l’hanno ancora detto? La Coscienza è morta.
Non ho paura di quello che succederà. Ma sono terrorizzato al pensiero che qualcosa mai potrà succedere. Ho avuto così tante donne sbagliate, che ora quella giusta non la riconoscerei nemmeno se si mettesse un cartello sul petto, con su scritto “Eccomi Alfredo”. Ma forse la vera paura dalla quale rifuggo non è tanto questa, quanto piuttosto il pensiero di non avere più niente da darle, quando arriverà. Lasciarmi sorprendere senza pelle, con ossa e cuore ben in vista, che basta passarmi accanto per avermi vissuto. Non ci sarà più niente da scoprire, più niente di cui sorprendersi. Mi sento come qualcuno a cui stiano portando via tutto, lentamente, volta dopo volta. Ogni scrittore, ogni donna, ogni viaggio dal quale torno, sembrano pretendere pezzi di me, mancanze alle quali ormai non riesco più a far fronte. Non so più farmi spazio, rubare aria e smorfie e carezze e notizie. Tutto quello che sono, lo sono già stato. Non posso più diventare niente, chiedete di me in giro, se mi volete. Andate a casa di Claudia, telefonate a Sara, bevete una birra con Bukowski morto, fatevi un giro a Bruges, se mi cercate. Mi sento come se non fossi più qui da tantissimo tempo, ormai. E se il mio cuore non mente, lo specchio sì, mostrandomi qualcosa che ricordo ma che non riconosco più. Riesco ancora a immaginare però il sapore che ha una fica nella mia bocca. Immagino le cosce tornite di una donna semplice, immagino di baciarle a lungo, di dissetarmi con del vino alla fine di un deserto. Forse la fica resta l’ultimo passaporto per il paradiso, e stanotte sento di dovermi abbandonare a lei. Ogni fica di ogni donna che ha voluto concedermela, diventa mezzo inferno per entrambi. Meno solitudine, meno inganno, meno angoscia, qualche attimo di speranza.  In fondo la scelta è stata anche mia, anche mia la recita della commedia umana, di questo disarmante modo di vivere. Come chi non ha niente da fare, scende di casa e s’innamora, anche io ho pagato il prezzo per cercare di avere tutto: verità e amore hanno bisogno di stare lontani. Innamorarmi delle donne che ho avuto, in fondo, è stato come cercare di vendere qualcosa ad un ebreo: ho finito per comprare ciò che era già mio.
Ieri ero un pazzo in mezzo a gente pazza. Sono andato sospinto dalla speranza alla presentazione di un libro di ricordi di vita o di guerra o forse di entrambi, scritto da un’amica del mio amico Vecchio. Soltanto che io ero sudato e la testa mi girava così tanto da farmi sperare di svenire e svegliarmi magari dopo qualche ora. Incastonati in prossimità dell’oro di Napoli, tutti avevamo un motivo per essere lì. Il mio era di conoscere finalmente il vecchio di persona, provare a rubare da lui attimi di speranza, di sorrisi, qualche regola, se mai ce ne siano. Quel vecchio così lungo e così magro mi ha fatto sorridere appena l’ho visto. Ho avuto paura potesse spezzarsi da un momento all’altro, malgrado si vedesse fosse di scorza dura e abituata alle intemperie. Mi sono precipitato da lui per avere qualcosa, ma poi ho capito che quelli come lui ce l’hanno fatta perché non ti lasciano niente. Rubano da ogni istante, e se vuoi provare a riprenderti qualcosa, beh, devi leggere uno dei suoi 23 libri, magari per andare sul sicuro, proprio quello che puzza di Nobel. Forse è stata soltanto la voglia di un giovane uomo come me di sentirsi per una volta sulla strada giusta; così che quando il vecchio ha scritto i suoi apprezzamenti alle mie parole, alla mia scrittura, ho lasciato che i sogni facessero il resto. E allora mi sono precipitato ieri, ho portato con me ossa e sangue e mente lucida. Poi il caldo, poi la sua nostalgia. Poi due ore a sperare che finisse, ma non finiva mai. Qualche strambo episodio successo permette al ricordo d’acuirsi, che altrimenti sarebbe già bello che morto. Perché è stato ieri, ma è stata anche un’agonia, lì dentro. È stato come amare Claudia; come svegliarsi certe mattine con i reni in fiamme, con dolori atroci lungo tutta la fascia lombare; come il rompersi di queste ruote fra i vicoli di Amsterdam; come  quando capii che quel medico che disse “non credo ce la farà” proprio mentre io passavo, stava parlando di me. Poi ce l’ho fatta però, e poi le due ore sono passate e i miei reni reggono ancora qualche bevuta e le mani di Claudia che mi accudiscono e mi accarezzano non le dimenticherò mai finché campo.
L’ho aspettato alla fine della presentazione, il vecchio. Da lontano gli vedevo il sorriso riflettersi nelle facce adoranti di qualche stupido lettore. Erano tutti vogliosi di succhiargli quel piccolo e tenero cazzo che si ritrova. Era giusto così. Era giusto così, per tutti quegli anni passati a scrivere, anche grandi cose. Gli anni non fanno un uomo, ma di certo qualche ottimo libro è un buon tentativo. E così lo guardavo, sorridendo anche io del suo piacere. Una coppia di facce vuote lo stava invitando non so a quale altra cazzata culturale, da celebrazione, da facciamoci le seghe a vicenda. Il vecchio, mi parve di sentire, rispose con non celato gaudio mentre io aspettavo il mio turno. Mi sono avvicinato al Re, ma l’udienza è durata poco, giusto il tempo di stabilire che sì, avremo pubblicato delle cose insieme; che sì, mi ringraziava per avergli portato il mio romanzo, gratis; che sì,  forse un giorno avremo bevuto del vino assieme; che sì, ci sono delle volte in cui gli uomini si sentono piccoli piccoli, mentre altri sembrano morire di nostalgia ricordando vecchie battaglie a cui sembrano interessarsi tutti, ma che nessuno potrà mai capire.
Come del resto proprio come il vecchio mi ha detto prima di lasciarmi andare: Alfrè, ma tu sei un’altra cosa. La tua vita è tutta un’altra cosa.
Mi sa che aveva ragione. Mi sa che dovrò farmene una ragione.
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venerdì, 19 giugno 2009, 10:25
posted by Attraverso
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Era una casa bastarda finestre chiuse e porte aperte
prede e predatori in perfetto equilibrio.
Era un silenzio imbarazzante quello che c'era
tra uno sguardo perso ed uno ritrovato e
un fiore in un vaso appoggiato su di un tavolo
la cortesia delle posate allineate con cura
e bicchieri di plastica arancione.
Se fosse stato un amore passeggero
sarebbe durato tutta la vita
invece si prolungò per lo spazio
di un lento in una sala da pranzo.
Era una notte che pareva infinita
senza una nota di vento o un clacson impertinente
con la tua mano che scivolava nella mia
come un piede in una pantofola di feltro.
Tu seduta composta ed io con una gamba sotto al sedere.
Tu con il tovagliolo ben piegato alla tua sinistra
ed io con il portafoglio appoggiato accanto al piatto.
Se fossimo stati più vicini avremmo potuto
contarci uno ad uno i denti nella bocca.
Se ci fossimo allontanati un po' avremmo visto
i nostri occhi cercare la via d'uscita più vicina.
La mia mano appoggiata al tuo ginocchio
aspettava un segno per districarsi in più ardite evoluzioni.
Ma mancava la giusta penombra per scivolarci l'un l'altro
e allora parlammo di quella volta al mare
e allora parlammo di quella volta che c'era un popolo sovrano
e di quante mani avevano sfiorato il tuo collo
e piantato chiodi nella mia schiena curva
e riso della mia caduta all'indietro in Sunset Boulevard.
Era un silenzio che avremmo spalmato volentieri
ti baciai e tu mettesti da parte i miei calzini spaiati
e come un calcio in culo ti cedesti a me
e io non ringraziai né il cielo coperto né la terra
che ci accolse silenziosamente senza lamentarsi.
Così promisi che ti avrei richiamato appena arrivato a casa
ma se ti avessi chiamato avresti risposto?
Accennai un passo di danza appena sceso dalla macchina
e infilata la chiave nella toppa ammisi a me stesso
che lo stronzo è una parte che mi riesce proprio bene
così compiaciuto rientrai dandomi un colpetto sulla spalla.
Bevvi per il gusto di bere e
contai le stelle per il semplice gusto di farlo e poi
a nanna che all'indomani ci sarebbero state le lezioni di pulito.
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tags: diario, attraverso

 
 
giovedì, 18 giugno 2009, 16:29
posted by MissNightingale
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Ma ritornami
A spremere dei succhi di mora
Gettati ai rovi
 
Ritornami a corpo
Come acciaio sul braccio
E il ticchettio infinito dell’ora
 
Tra le gambe tornami a scuotere
Che non posso rigirarmi fra i suoni
e le lingue di sospetto appese al labbro
 
(la meraviglia getta un fiore)
 
Resettate le forme d’origami
accolla ancora al tuo senso
ciò di cui io sono fatta
 
Perché sei un idea di mani e silenzi
Senza meta
Ritornami a sciogliere come miele scuro
E stelle fra coni di arsura
 
Restituiscimi al battito dei polsi
Alla linfa delle dita e dei sogni
Come se mai avessi perso
Un giorno
La mia essenza
(Ripiegami)
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tags: poesia, nightingales room